La wilderness pittorica

L’ambiente allo stato naturale, selvaggio (wilderness in inglese), emerge come paesaggio interiorizzato nella pittura e nelle testimonianze delle letterate inglesi fra fine Settecento e prima metà dell’Ottocento. Lo sgomento iniziale dinanzi all’immensità di apparizioni al limite del sovrannaturale, e lontane dall’esperienza ordinaria, come inaccessibili catene montuose, misteriose grotte che scendono nel sottosuolo precipitando verso un irraggiungibile orizzonte, azzurrini seracchi dentellati, scatena l’esplosione di emozioni a volte penosamente devastanti di umana inadeguatezza, fino all’accesso ipocondriaco di spleen. Esemplare è la potenza dell’anima nei luoghi dell’immaginario suscitata dalla impenetrabile distesa caliginosa che si stende ai piedi del Wanderer nel quadro di Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia (1817). Lo scenario onirico pare quasi prefigurare, anticipando la psicologia analitica, un arduo percorso di ricerca interiore, di individuazione del profondo, impenetrabilmente nascosto dalla cortina nebbiosa e da minacciosi cumuli sfrangiati verso l’abisso.

Analogamente i poeti romantici, dediti alle speculazioni liriche sul fare anima, coltivano emozioni di straniamento esponendosi a soverchianti scenografie della natura, accolta nei suoi più drammatici contrasti, nelle atmosfere tenebrosamente ammalianti, come indicato da Burke, nella sua identificazione del terrificante con il Sublime.

Il Sublime e il Pittoresco

Affianca il Sublime, kantianamente inteso come poetica dell’assoluto, la categoria del Pittoresco, distinguendosene per la connotazione opposta, ossia del relativo. Si esprime come categoria estetico-pittorica del paesaggio, naturale o umanizzato, che suggerendo la varietà, l’irregolarità, la rude bellezza di regioni selvagge, soprattutto alpestri, incoraggia il potere immaginativo, la riflessione fantastica o malinconica soggettiva, ma del tutto priva di aura sovrannaturale. E’ la rivolta della creatività contro la percepita tirannide della simmetria neoclassica, che sottopone l’artista a regole matematiche precise di proporzioni e prospettiva. L’occhio dell’artista che scopre le asperità di un sito, insieme alla fascinazione per la bellezza eclettica della natura e del suo genius loci, legato al folklore ambientale, è allettato dal disordine e dalla composita varietà di elementi e frammenti.
Alla base del Pittoresco vi è quindi la sorpresa, la scoperta della imprevista piacevolezza che si ricava dall’appagamento soggettivo per aver estratto dal paesaggio gli aspetti più imprevisti. Criterio estetico cui attinge la pittura dell’epoca, è l’effetto di straniamento per la coesistenza di natura e cultura. La varietà di flora selvatica in presenza di architetture, come attesta il misterioso dipinto di Friedrich del 1792, Croce e Cattedrale fra le montagne, introduce all’ordine psicologico/simbolico dello straniamento. Il sacro della crocefisso che si erge misteriosamente in una radura pietrosa in primo piano, si riverbera nel mistico nella esile, lontana sagoma onirica della cattedrale gotica, svettante fra gli alberi della pineta apparsa a sorpresa sullo sfondo. L’irregolarità e il frammentario, proprio attraverso inattese aspettative, come la presenza di rovine invase dai tralci di una vegetazione centenaria, generano stupore e da questo un certo impulso creativo. Sono complessivamente caratteristiche compendiabili nella cosiddetta intricacy, ossia l’intrico, il groviglio, significante che è direttamente associabile all’impenetrabile mistero. L’intricacy è struttura-chiave imprescindibile della narrativa gotica, oltre che della architettura paesaggistica. Il Pittoresco, nella fattispecie, coglie il sentimento commosso della perdita e della malinconia per il mondo perduto dell’arte architettonica, classica o gotica, le cui rovine restano a testimoniare, insieme alla corrosione del tempo, il rimpianto commosso per l’antica armonia di civiltà perdute. I resti di antiche chiese scoperchiate, come i ruderi dell’antica abbazia circenstese Tintern Abbey, che si erge a testimone sconsacrato della sacralità in un prato di erba giallognola dove brulicano le pecore, suggerì a Wordsworth una fra le più delicate poesie fra le Lyrical Ballads. Una tale fusione di natura e cultura suscita il sentimento elegiaco, che attesta il primitivo, perduto connubio tra l’artista medievale e forme formanti della natura, cui questi religiosamente si ispirava, come rileverà Ruskin nei suoi vari studi sull’architettura gotica e sul rapporto fra esperienza etica ed estetica, da The Seven Lamps of Architecture a The Stones of Venice.

Angelica Palumbo